Configurabile responsabilità civile del datore di lavoro per gli atti sessuali commessi dal conducente di un autobus nei confronti dei passeggeri

Inviato da admin il 01/06/2020

Cass. pen. Sez. III, sent. n. 8968/2019 (ud. 7 novembre 2019, dep. 5 marzo 2020) - Pres. LIBERATI Giovanni - Rel. ANDRONIO Alessandro

Si configura responsabilità civile in capo al datore di lavoro per la condotta criminosa del dipendente quando tra il fatto e lo svolgimento delle incombenze lavorative cui questi è deputato vi sia occasionalità necessaria ovvero  connessione funzionale.  
Nella fattispecie all'esame della Corte, il reato commesso dal conducente dell'autobus nei confronti dei passeggeri a bordo, durante la sosta al capolinea, comporta la responsabilità civile del datore di lavoro, perché commesso nello svolgimento dell'attività lavorativa, comprensiva non solo della guida ma anche della vigilanza del mezzo.

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Cass. pen. Sez. III, sent. n. 8968/2019 (ud. 7 novembre 2019, dep. 5 marzo 2020)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:              
Dott. LIBERATI Giovanni   -   Presidente   -                     
Dott. GAI Emanuela   -   Consigliere  -                     
Dott. REYNAUD Gianni F.   -   Consigliere  -                     
Dott. CORBO Antonio   -   Consigliere  -                     
Dott. ANDRONIO Alessandro   -   rel. Consigliere  -                     
ha pronunciato la seguente:                                       

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
P.D., nata a ****** il ******* (parte civile)
N.E., nata a ****** il ****** (parte civile)
nei confronti di:
P. B. di T. e C. s.n.c., in persona del legale rappresentante(responsabile civile);
V.W., nato a ***** (imputato);
avverso la sentenza del 14/12/2018 della Corte d'appello di Bologna
visti gli atti, la sentenza impugnata e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Alessandro Maria Andronio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Canevelli Paolo, che ha concluso chiedendo che la sentenza sia annullata con rinvio al giudice civile competente per valore;
udito l'avv. Marco Capucci, anche in sostituzione dell'avv. Sabrina Mancini, per le parti civili, che ha depositato conclusioni scritte e nota spese;
udito l'avv. Carlo Spagnoli, per il responsabile civile.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14 dicembre 2018, la Corte d'appello di Bologna ha parzialmente riformato la sentenza del Tribunale di Forlì del 3 giugno 2015, con la quale l'imputato era stato condannato per i reati di cui: a) all'art. 609-bis c.p. e art. 61 c.p., n. 9), perchè, essendo il conducente di un autobus urbano, al capolinea, costringeva N.E. a subire atti sessuali, accarezzandole la gamba destra e poi mettendole la mano sul collo, spingendola al fine di darle un bacio; fatto aggravato, perchè commesso da un incaricato di pubblico servizio con abuso dei suoi poteri e violazione dei suoi doveri; b) art. 609-bis c.p. e art. 61 c.p., n. 9), perchè essendo il conducente di un autobus della linea urbana, al capolinea, costringeva P.D. - a subire atti sessuali, in quanto, con azione repentina, l'afferrava per il braccio e, dopo averla tirata verso di lui, le leccava il collo, fatto aggravato perchè commesso da un incaricato di pubblico servizio con abuso dei suoi poteri e violazione dei suoi doveri. Il Tribunale di Forlì aveva condannato sia l'imputato sia il responsabile civile Paolo Bus di T. e C. s.n.c. al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili - da determinarsi in separato giudizio e con liquidazione di provvisionale riconoscendo la sussistenza dell'occasionalità necessaria tra la mansione di autista e i reati perpetrati. La Corte d'appello ha rideterminato in diminuzione il trattamento sanzionatorio dell'imputato e - ciò che qui interessa - ha escluso la responsabilità del responsabile civile.

2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorsi per cassazione le parti civili costituite, tramite i difensori, chiedendone l'annullamento in relazione alla mancata condanna del responsabile civile al risarcimento del danno.

2.1. Con il ricorso presentato nell'interesse della parte civile P., si censurano, con unico motivo di doglianza riferito al delitto di cui al capo b) dell'imputazione, l'erronea applicazione dell'art. 40 c.p., comma 2, e degli artt. 2049 e 2054 c.c., nonchè il vizio di motivazione sul punto. Secondo la prospettazione difensiva, il giudice di merito avrebbe errato nell'escludere la responsabilità del responsabile civile sull'assunto che V. aveva posto in essere le molestie sessuali quando era in pausa lavorativa e, dunque, aveva interrotto il nesso di causalità tra le proprie mansioni e il reato. Per la difesa, è del tutto illogico ammettere che il conducente di un autobus possa espletare attività private all'interno di un mezzo di pubblico servizio, mantenendo l'accesso libero ai terzi, ma senza avere alcun obbligo di vigilanza sul mezzo stesso, dal momento che l'imputato aveva sfruttato le mansioni connesse al proprio lavoro per agevolare o rendere comunque possibile il comportamento illecito ai danni della persona offesa.
Inoltre, sarebbe contraddittoria la motivazione nella parte in cui, pur affermando che la società datrice di lavoro doveva vigilare sulle specifiche capacità ed idoneità, non solo fisica ma anche morali, dei propri dipendenti, non considera che l'imputato non era stato allontanato neppure dopo l'episodio nei confronti dell'altra persona offesa, verificatosi in epoca antecedente.

2.2. Anche il ricorso presentato nell'interesse della parte civile N. è affidato ad un unico motivo, con cui si censurano la violazione dell'art. 185 c.p. e art. 2049 c.c. e il vizio di motivazione, in relazione al reato sub a). A parere della difesa, la sentenza impugnata sarebbe illogica quanto all'individuazione delle mansioni lavorative, nella parte in cui non si raffronta con le emergenze processuali. La ricorrente evidenzia che in quella occasione l'imputato - come da prassi degli impiegati della società de qua - faceva salire gli utenti nell'autobus prima della partenza e, dunque, non era in un momento di stasi lavorativa, ma nell'esercizio delle sue mansioni. Secondo le prospettazioni della difesa, inoltre, la sentenza sarebbe contraddittoria nella parte in cui esclude la prevedibilità astratta della responsabilità di cui all'art. 2049 c.c., in quanto tale responsabilità è di natura oggettiva e opera indipendentemente da qualsiasi indagine sullo stato soggettivo di dolo o colpa del datore di lavoro.

3. La difesa del responsabile civile ha depositato memoria, con cui aderisce alla ricostruzione in fatto e in diritto della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi - che possono essere trattati congiuntamente, perchè entrambi riferiti all'esclusione della responsabilità del responsabile - sono fondati.

1.1. La Corte d'appello ha escluso tale responsabilità affermando che, affinchè il datore di lavoro risponda, ai sensi dell'art. 2049 c.c. dell'operato del proprio dipendente, occorre che tra il fatto e le incombenze lavorative a cui quest'ultimo è demandato, vi sia "occasionalità necessaria", ovvero che tra le mansioni e l'evento illecito vi sia connessione funzionale, tale da rendere, anche solo astrattamente prevedibile, una devianza del lavoratore dall'incarico a cui è adibito, non potendo ravvisarsi responsabilità solidale per fatto altrui quando tra il fatto dannoso e l'attività lavorativa vi sia solo un collegamento fortuito ed accidentale, avendo il lavoratore commesso il reato in una situazione solo indirettamente collegata al proprio lavoro ed in circostanze avulse dalle proprie competenze. Nel caso di specie, trattandosi di molestie sessuali perpetrate quando il bus guidato dall'imputato era fermo al capolinea, ovvero quando l'autista non stava espletando il suo lavoro di conduzione del mezzo ma era in pausa lavorativa, la Corte territoriale ha escluso che sussista il necessario nesso tra le mansioni di guida e il reato.

1.2. Si tratta di una motivazione parzialmente erronea in diritto e manifestamente illogica in fatto. Ferma restando la correttezza della premessa della Corte di merito secondo cui vi è la necessità di una occasionalità necessaria, cioè di un collegamento funzionale tra le mansioni svolte dall'imputato e l'illecito, deve rilevarsi che la circostanza che V. si trovasse in pausa dall'attività lavorativa non comporta il venire meno di tale collegamento.
Va ricordato, in primo luogo, che, secondo la giurisprudenza penale di questa Corte, la pubblica amministrazione dev'essere ritenuta civilmente responsabile, in base al criterio della cosiddetta "occasionalità necessaria", degli illeciti penali commessi da propri dipendenti, ogni qual volta la condotta di costoro non abbia assunto i caratteri dell'assoluta imprevedibilità ed eterogeneità rispetto ai loro compiti istituzionali, sì da non consentire il minimo collegamento con essi. Il principio è stato affermato in relazione ad atti di violenza sessuale posti in essere da un'insegnante di scuola materna nei confronti dei minori a lei affidati, sotto pretesto di finalità attinenti alla sfera dell'igiene sessuale, perchè tra i compiti delle maestre di scuola materna rientra anche quello di insegnare agli alunni gli elementi essenziali dell'igiene personale (Sez. 3, n. 33562 del 11/06/2003). Sulla stessa linea si colloca Sez. 3, n. 40613 del 5/06/2013, secondo cui la responsabilità civile della pubblica amministrazione è configurabile quando l'illecito è stato compiuto sfruttando comunque i compiti svolti, anche se il soggetto ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti.
Si tratta di principi evidentemente applicabili anche nell'ambito del rapporto di lavoro privato, come confermato dall'orientamento della giurisprudenza civile di questa Corte secondo cui, in tema di orario di lavoro del personale degli automezzi pubblici di linea adibiti al trasporto di viaggiatori, l'ipotesi prevista dalla L. 14 febbraio 1958, n. 138, art. 6, lett. f), (che considera lavoro effettivo in misura non inferiore al 12 per cento il periodo di tempo che il lavoratore trascorre inoperoso fuori residenza senza alcun obbligo che quello della reperibilità, escluso da tale periodo il riposo giornaliero di cui alla citata Legge, art. 7) è configurabile, con riguardo al personale di guida ed ai periodi di sosta, allorchè il veicolo debba essere lasciato con le porte chiuse in zona sorvegliata o esposta alla pubblica fede, mentre sono invece da considerare interamente di lavoro (con le correlative conseguenze sul piano retributivo) i periodi di sosta durante i quali detto personale sia gravato da obblighi - come quello della vigilanza - ulteriori rispetto a quello della sola reperibilità (Sez. L, n. 5459 del 08/05/1992, Rv. 477159; Sez. L, n. 893 del 06/02/1985, Rv. 439073). Nel caso di specie, applicando tali principi - secondo cui va considerata attività lavorativa la sosta effettuata con i veicoli a portiere aperte - deve ritenersi che il fatto che V. si trovasse nella sua postazione di guida e permettesse ai passeggeri di salire pur essendo fermo al capolinea implichi la sussistenza del necessario nesso di occasionalità tra lo svolgimento dell'attività lavorativa e le violenze sessuali commesse, pur se il soggetto ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e ha violato gli obblighi a lui imposti. A ciò deve aggiungersi che non risulta dagli atti che la società responsabile civile abbia adottato alcuna cautela specifica allo scopo di prevenire i comportamenti oggetto dell'imputazione.

2. Quanto al caso di specie, deve essere dunque affermato il seguente principio: il reato commesso dal conducente dell'autobus durante la sosta al capolinea, nei confronti di passeggeri a bordo, deve essere ritenuto commesso nello svolgimento dell'attività lavorativa, la quale non comprende solo la guida, ma anche la vigilanza del mezzo; con la conseguenza che il nesso di occasionalità necessaria, che configura la responsabilità del responsabile civile-datore di lavoro, deve essere ritenuto sussistente.

3. Pertanto, ferma restando la penale responsabilità dell'imputato, già irrevocabilmente accertata, la sentenza deve essere annullata, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, perchè proceda a nuovo esame dei capi relativi alla responsabilità civile e provveda sulle spese, anche del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma delD.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 7 novembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2020